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Recensione: Musica e “light art” con Camilla Battaglia e Martin Mayer a La Torre di Modena

Recensione e Fotogallery di : Gabriele Lugli (www.gabrielelugli.com)

Domenica 25 Ottobre La Torre di Modena ha presentato dal vivo in forma di concerto la produzione realizzata nel corso della residenza artistica Multimedi-on.

Camilla Battaglia e Martin Mayer, light designer di Berlino, insieme ai sei partecipanti selezionati per questo percorso, hanno proposto uno spettacolo multimediale dove luce e buio sono il palcoscenico su cui dialogare.

I musicisti si sono esibiti nella performance finale in cui, grazie alle proiezioni di Mayer, si sono trasformati in ‘interactive audiovisual sculptures’ ovvero silhouettes influenzate dall’azione della luce.

La volontà di coniugare il repertorio musicale con la “light art” in una performance multimediale ha indirizzato la ricerca di evocazioni  verso la realtà sospesa della poesia.

La scelta è ricaduta sulle poesie di E.E. Cummings, poeta americano la cui espressione si regge in bilico tra tradizione romantica dei contenuti e spinta formale verso innovazione linguistica.

Diverse evocazioni sono state concesse dalla fascinazione per la musica sacra dove i temi di “Lux” e “Tenebrarae”fossero chiari protagonisti.

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Line up:

Camilla Battaglia: voce, elettronica, direzione e composizione

Michele Bonifati: chitarra

Simone Di Benedetto c.basso

Giovanni Minguzzi: batteria

Filippo Orefice sax

Nicola Raccanelli: elettronica

Elena Roveda: flauto

Martin Mayer light designer

Progetto Sonda – Sondamusicaresidente – Centro Musica Modena

MULTIMEDI-ON è una residenza artistica, curata dalla Associazione MUSE e realizzata con il sostegno del Centro Musica del Comune di Modena, attraverso finanziamento Legge 2/18 Regione Emilia Romagna.

Recensione: Carlo Lomanto in “Passione” per Napoli Jazz Winter 2020

di  Annamaria De Crescenzo
Foto SpectraFoto (www.spectrafoto.com)

Secondo appuntamento del Napoli Jazz Winter 2020 sabato 24 ottobre all’Auditorium Salvo d’Acquisto di Napoli con il concerto di Carlo Lomanto in “Passione” un vero e proprio omaggio in jazz alla canzone napoletana che il musicista, cantante oltre che compositore e docente jazz ha voluto dedicare alla sua amatissima città in un periodo certamente tra i più difficili della storia italiana e mondiale contemporanea.

“Con la pandemia come tutti sono rimasto per due mesi a casa bloccato e ho deciso di usare questo tempo per rendere omaggio alla mia città ed alle sue più́ belle canzoni producendo da solo a casa un disco con la mia voce e la mia chitarra come protagonisti principali, la mia ispirazione é stata il grande Roberto Murolo con la sua “Antologia della Canzone Napoletana” che conservo gelosamente” 

Ha così commentato lo stesso Lomanto nel presentare questo suo nuovo progetto che ispirato da un bisogno interiore di dedicarsi alla musica e alle emozioni che da essa sono generate in un animo sensibile come quello di Carlo in un periodo di forzata distanza da palchi, sale registrazioni, aule universitarie che normalmente fanno parte della vita di ogni giorni di questo Artista dall’animo sensibile e dal modo di porsi elegante e discreto come un vero gentleman di altri tempi.

“Passione” è quindi non solo un progetto musicale di alto livello ma una risposta concreta che vede la Musica come la soluzione per poter riempirsi di emozioni e forza necessarie per poter affrontare e vincere un periodo così difficile per tutti. Il nome, come spiegato dallo stesso Lomanto durante il concerto, non è casuale, infatti “Passione” è una delle canzoni presenti nel suo primo album e quindi ha fortemente voluto tale brano anche per tale nuovo cd, ma anche per la passione intesa come sentimento, forza, determinazione che ha mosso sempre tutta la sua vita e continuerà a farlo per sempre.

In “Passione “Carlo Lomanto ha cercato di far dialogare la tradizione e la modernità sia nel suo modo di cantare che egli arrangiamenti dei brani stessi che ne fanno parte, a cominciare da “A Vucchella” del 1892 e fino ad arrivare all’indimenticabile Pino Daniele, oltre a tre nuovi brani dei quali ha composto le musichi su testi di tre autrici napoletane, Miriam Lattanzio, Federica Cammarota e Daniela Carelli che hanno scritto tre testi molto particolari e di grande spessore.

Carlo Lomanto, fortemente emozionato di tornare finalmente su un palco prestigioso come quello di Napoli Jazz Winter, una delle più importanti rassegne jazz sul territorio campano, è riuscito a coinvolgere il pubblico non solo con i suoi brani , ma anche con i suoi racconti riguardanti le emozioni, agli incontri con altri artisti come le amiche autrici che gli hanno regalato tre brani bellissimi, o lo stesso Roberto Murolo al quale anni fa Carlo propose un brano che poi ha presentato in sala che ha suscitato lunghissimi applausi.

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Recensione: Antonio Fresa in “Piano Verticale a soundtrack experience” per Napoli Jazz Winter 2020

di Annamaria De Crescenzo
foto di SpectraFoto (www.spectrafoto.com)

È rarissimo ormai che organizzatori e imprenditori legati al mondo musicale ad avere modo di poter ideare, progettare e realizzare una rassegna, un festival, un semplice evento. Le norme anticovid, la diffidenza del pubblico, le paure di un possibile contagio allontanano il pubblico dagli eventi, e ci vuole molto coraggio e molta determinazione a far sì che si possa ritornare alla normalità, fatta di emozioni e alla gioia che solo una serata di buona musica può dare.  E quando capitano tali serate non si può che apprezzare, sostenere ed applaudire il “coraggio” di chi sta facendo di tutto per tornare alla vita di sempre. Uno di questi uomini coraggiosi è sicuramente Michele Solipano che ha fortemente voluto organizzare l’edizione 2020 di Napoli Jazz Winter per conto dell’Associazione Napoli Jazz Club di Napoli, iniziata con grande successo venerdì 16 ottobre all’Auditorium salvo D’Acquisto del Vomero con il concerto di Antonio Fresa in piano solo in “Piano Verticale  a soundtrack experience” e che continuerà con altre due serate, sempre ad ottobre e sempre nello stesso Auditorium, il 24 con Carlo Lomanto in “Passione”omaggio in jazz alla canzone napoletana  e il 30 con Lello Petrarca in piano solo con l’omaggio alla musica di Ennio Morricone.

Pianista, Compositore, Arrangiatore, Produttore, Antonio Fresa ha avuto una formazione musicale eclettica che si arricchisce di un’esperienza di tre anni negli Stati Uniti presso l’Università Berklee School of Music e successivamente di un percorso classico che lo porterà al diploma in pianoforte presso il Conservatorio.

Ha dedicato i suoi primi anni di attività alla scrittura di arrangiamenti e composizioni originali per ensemble jazzistici e cameristici, oltre a dedicarsi alla produzione e a lavorare come assistente musicale alle musiche di diversi sceneggiati e film per la televisione, oltre a firmare colonne sonore di diversi film come –“Non è Giusto”, – Il mio nuovo Strano Fidanzato (vers. per mercato italiano)- Il principe di San Sereno – El camp – La Cantata dei Pastori – L’Arte della Felicità

 Nonostante un costante impegno in studio di registrazione come produttore, continua a dedicarsi all’attività di numerosi concerti in piano solo, oltre ad essere musicista nel gruppo di  Joe Barbieri e di  Nino Buonocore.

Il concerto di venerdì sera e un vero toccasana per l’anima. Antonio Fresa ha dimostrato non solo di essere un eccellente pianista ma anche un artista di una sensibilità fuori dal comune e da un profondo amore per la musica e per la composizione. Il progetto presentato segna una svolta nella vita artistica di Fresa in quanto e il racconto di un mondo di idee e di emozioni sussurrate, suscitate, ispirate dai tasti di un pianoforte verticale. Come ha lui stesso annunciato durante il concerto stesso “L’idea di tale progetto è nata dal desiderio e dall’esigenza di poter dare spazio ad uno strumento che accompagna noi  pianisti sin dall’inizio dei nostri studi ed è appunto il piano verticale, quello che i genitori possono permettersi di acquistare al figlio che inizia a studiare musica e che lo accompagna per le tante ore che si dedicano allo studio di tale strumento e il suono che ne è derivato, anche grazie al fatto che ho deciso di suonarlo con la sordina, un particolare strumento che ne attutisce i suoni,  per non dare fastidio ai vicini, quasi a farne un insieme di suoni ovattati, ma allo stesso tempo intrisi di una sorta di magia speciale”.  

Il progetto, diventato anche un disco pubblicato dalla casa discografica The Writing Room, e nato per le Vatican Chapels sull’Isola di San Giorgio a Venezia che hanno trasformato una visita tra natura ed architettura in una vera e propria esperienza multisensoriale, sottolineata dalla musica che è una vera e propria colonna sonora firmata da Antonio Fresa che ha creato undici composizioni, una per ciascuna delle installazioni, più il tema Close Afar riservato al Padiglione Asplund, firmato da Francesco Magnani e Traudy Pelzel, un vero e proprio preludio narrativo alla visita, non musica didascalica, bensì una struttura evocativa in grado di far emergere una nuova dimensione dalla visita.

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Recensione: Emmet Cohen Trio ospiti allo Spazio Te di Mantova

Recensione e Foto : Gabriele Lugli (http://www.gabrielelugli.com)

Mercoledì 7 ottobre con il tutto esaurito si è svolto il bellissimo evento che ha visto protagonista lo statunitense Emmet Cohen e il suo trio allo Spazio Te di Mantova, organizzato dalla Fondazione Palazzo Te e dall’Associazione culturale 4’33”.

L’evento si è svolto in due set, vista l’emergenza Covid, e ha visto Emmet Cohen al pianoforte, Yasushi Nakamura al contrabbasso, e Kyle Poole alla batteria.

I tre hanno convinto e conquistato il pubblico con la capacità di spaziare con tecnica, freschezza ed eleganza tra i diversi generi di jazz, spaziando tra standard e improvvisazioni.

Una serata attesa dagli appassionati che aspettavano, pur con le dovute precauzioni, il ritorno alla musica dal vivo.

La speranza è che questa sia la prima di una serie di eventi che veda questo fantastico posto diventare un luogo dedicato al jazz in città.

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Recensione : Omar Sosa, Yilian Cañizares e Gustavo Ovalles concludono la XXV Edizione di Ethnos Festival 2020

di Annamaria De Crescenzo
foto di SpectraFoto (www.spectrafoto.com)

Non poteva concludersi che con un concerto strepitoso la XXV Edizione dell’Ethnos Festival come quello di Omar Sosa, Yilian Cañizares e Gustavo Ovalles che hanno letteralmente conquistato il pubblico della Villa Vannucchi di San Giorgio a Cremano, protagonisti assoluti di un progetto unico come “Aguas”.

 Aguas riflette le prospettive di due generazioni di artisti cubani che vivono fuori dalla loro Madre Patria e interpretano le loro radici e tradizioni in un modo unico e raffinato. Le canzoni spaziano dal commovente all’esuberante, e sono l’espressione dell’eccezionale chimica musicale, della sensibilità poetica e dell’originalità dei due artisti. 

Il materiale utilizzato in Aguas è un mix coinvolgente e creativo delle radici Afro Cubane dei due artisti, di musica classica occidentale e jazz. L’album è dedicato all’acqua e specialmente a Oshun, la divinità dell’amore e signora dei fiumi nella tradizione Lucumi del retaggio Yoruba conosciuto come Santeria – una pratica spirituale importante per entrambi gli artisti. Come l’acqua è sinonimo di vita, energia, forza e spazio, la musica di questo album è ispirato dalle influenze più importanti dell’acqua – il suo potere nascosto, la sua infinita trasmutazione e la sua inarrestabile creazione. C’è anche una rappresentazione, per Omar e Yilian, dell’acqua come separazione da e nostalgia per la loro terra natia. In concerto, il rigoglioso pianismo di Omar Sosa si sposa anche perfettamente con le percussioni multicolori e multiformi (tamburi Bata, congas, bongos, quitiplas, maracas, guiro, piatti e altro) del percussionista venezuelano Gustavo Ovalles.

Omar Sosa
Uno di quei nomi che non hanno bisogno di molte presentazioni. Il compositore e pianista cubano, classe 1965, nominato sette volte ai Grammy, è uno dei jazzisti più versatili e completi della sua generazione. È stato capace di fondere mirabilmente un’estesa gamma di elementi jazz, di world music e di elettronica con le sue radici afrocubane, riuscendo a creare una sonorità fresca e originale, dal forte sapore latino, ma lasciando sempre grande spazio all’improvvisazione. La carriera di Sosa incarna la mentalità aperta di un artista giramondo (ha vissuto nel nord e nel sud America, a Cuba ed in Spagna) e visionario, che ha lavorato incessantemente per cercare di costruire una visione musicale coerente e personale, davvero cosmopolita. Una ventina di dischi da leader in circa un quarto di secolo di attività professionale parlano da soli. Dentro una così nutrita ed interessante produzione musicale, vi sono ben sei album di piano–solo (l’ultimo, «Senses», è del 2014) – formula che ancor oggi forse predilige – ma anche  dei magnifici duetti con il trombettista Paolo Fresu – è un duo collaudatissimo il loro, di cui è appena uscito il terzo episodio discografico, «Eros» (2016) – qualche lavoro orchestrale e, negli ultimi tempi, anche il Quartetto Afrocubano, interamente composto da suoi connazionali, con cui nel 2015 ha inciso «Ilé», lavoro decisamente riuscito e suggestivo.

Yilian Cañizares
Classe 1980, nasce a L’Avana. Talento precoce, a soli sette anni viene ammessa alla prestigiosa Accademia di Musica Manuel Saumell per studiare violino. Nel 1995 vince una borsa di studio per perfezionarsi a Caracas, e due anni dopo ottiene l’ammissione ad un Conservatorio in Svizzera, dove si trasferisce. Ma la sua natura di artista curiosa ed onnivora la condurrà presto alla ricerca di nuovi sbocchi creativi. Decide così di iniziare a cantare, e guarda con grande interesse al jazz, trovando nel violinista Stéphane Grapelli un maestro cui ispirarsi. Forma un quartetto che chiama Ochumare, come la divinità Orisha degli arcobaleni, con cui vince nel 2008 un importante premio al festival jazz di Montreux. Con lo stesso gruppo incide anche i suoi due primi dischi, nel 2009 e 2011. Ma la fama internazionale arriva nel 2013, con l’album «Ochumare», il primo a suo nome. Il successo viene quindi confermato due anni dopo dal nuovo lavoro, «Invocaciòn» (2015). Il suo stile riflette una grande varietà di influenze, con tocchi di jazz, musica classica e musica cubana. Qualche critico ha parlato di un’orchestrazione jazz mescolata ad un rituale Yoruba. Yilian Cañizares canta in spagnolo, yoruba e francese, ed uno dei suoi tratti distintivi è proprio la naturale capacità di cantare e suonare il violino allo stesso tempo.

Gustavo Ovalles
Nato a Caracas nel 1967, come artista e professore ha viaggiato in tutto il mondo con i suoi strumenti tradizionali che includono maracas, culoepuya, quitiplas e bata drums. Con il pioneristico progetto di Omar Sosa Roots Trilogy, Gustavo ha calcato diversi importanti palchi in Europa, Giappone e Stati Uniti. Ha inoltre partecipato al l’album di Sosa Sentir, nominato ai Grammy. Attualmente vive un po’ in Francia e un po’ in Venezuela.

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Recensione: Anourar Brahem Trio ospiti della XXV Festival Ethnos

di Annamaria De Crescenzo
Foto di SpectraFoto (http://www.spectrafoto.com)
traduzione di :Francesca Petrillo

Penultima serata della XXV Edizione di Ethnos Festival sabato 3 ottobre con uno straordinario trio sul palco allestito nel parco di Villa Vannucchi a San Giorgio a Cremano: Anouar Brahem Trio con Anouar Brahem all’ oud, Klaus Gesing al clarinetto basso e Björn Meyer al basso.

Nato nel 1957 ad Halfaouine, nel cuore della Medina di Tunisi, Anouar Brahem aveva dieci anni quando iniziò a studiare l’oud e in seguito proseguì il suo apprendistato con il grande maestro Ali Sriti. In un ambiente musicale arabo dove dominavano orchestre affollate, Brahem ha rivelato la sua personalità sfaccettata intraprendendo spontaneamente una missione personale per riportare l’oud allo status di uno strumento solista emblematico nella musica araba, mentre allo stesso tempo rompe con la tradizione nel suo lavoro di compositore integrando elementi di jazz e altre tradizioni musicali orientali e mediterranee nelle sue nuove opere.  Nella sua musica che rifugge dall’orientalismo nostalgico, combina le diverse qualità modali delle tradizioni arabe orientali e occidentali con complesse improvvisazioni. Nel 2010 ha ricevuto un Echo Jazz Award per la sua maestria sull’oud, lo strumento che nelle sue dita, diventa una naturale estensione della sua anima.  Anour Brahem si esibisce sotto l’etichetta ECM di Manfred Eicher, con la quale ha pubblicato otto album, tutto molto particolari e suggestivi nel loro genere.

La serata dell’Ethnos Festival è stata l’occasione, unica e rara, di poter ascoltare ed apprezzare questo artista che come ha affermato lo stesso Direttore Artistico Gigi Di Luca nella sua presentazione è stato un vero e proprio miracolo poterlo avere sul palco di Ethnos in quanto sempre in giro per il mondo per i suoi concerti , ed è stato un segno importantissimo poter affidare una serata ad un Artista cosi delicato e poetico in un momento di grande incertezza e di grande crisi per il mondo della musica e delle Arti in generale provocato da questa terribile pandemia che ci ha travolto da febbraio scorso. Come diceva lo stesso Di Luca :” Mai come in questo momento è importantissima la musica di Anouar Brahem, che ci riporta a sentimenti di quiete, dolcezza, di serenità perché è proprio questo di cui abbiamo piu bisogno oggi per trovare la forza per resistere e vincere su questa grande angoscia che ognuno di noi sta vivendo in questo momento”.

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Recensione: Around Jazz una serata per ricordare Marco Massa

Recensione e Foto di : Vittorio Santi

 

Venerdì 2 ottobre il pubblico assiduo frequentatore di questa iniziativa ha potuto assistere ad un concerto a dir poco scintillante.

Già in fase di sound check si percepiva che questa volta “dal tramonto all’Appia” ci avrebbe regalato ancora meraviglie.

La line up della serata :

DOMENICO SANNA (pianoforte)

GEGÈ MUNARI (batteria)

DANIELE SCANNAPIECO (sax)

FRANCESCO LENTO (tromba)

VINCENZO FLORIO ( contrabbasso)

 

Come sempre dopo le rituali e ancor più necessarie precauzioni anti covid, la musica ha iniziato a farsi prepotentemente sentire in questo luogo cosi intriso di storia.

Le note di ogni strumento producevano vibrazioni sugli ascoltatori molto attenti, davvero un concerto partecipato.

i novanta minuti di musica comprensivi del bis richiesto a gran voce hanno coinvolto tutti i presenti.

Brani originali standard tutto è stato molto ben preparato ed eseguito.

Voglio spendere una parola su Gegè Munari : dall’alto della sua classe, dal suo portamento, dalla sua ironia ma, sopratutto dalla sua inesauribile carica ha dimostrato ancora una volta, che la Musica fatta con passione tiene vivo corpo e anima.

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Non poteva certo mancare uno struggente ricordo di Marco Massa ideatore e propulsore di questa rassegna: la sua presenza era palpabile come la commozione di Fabio Giacchetta che ha preso il suo posto alla direzione artistica del festival e le successive parole della moglie di Marco.

Al termine di questo momento, quasi in successione si è dato vita alla jam session che ha visto coinvolti vari giovani artisti in una bella esibizione di livello assolutamente piacevole che il pubblico presente ha apprezzato.

Finisce con stasera la mia avventura a questo splendido festival.

Mi auguro negli anni a venire poter partecipare ancora.

Recensione: “Santana vs Benson” con Brunello Canessa e Marco Gesualdi a Villa di Donato

Recensione di Clementina Abbamondi

Sabato 3 ottobre nella dimora settecentesca “Villa di Donato” sita in Via Sant’Eframo Vecchio,  è stata inaugurata la V° stagione di spettacoli ed incontri di arte e cultura. Lo spettacolo inaugurale è consistito in un vero e proprio “match” musicale “Santana vs Benson”  in cui il direttore artistico della rassegna  “La Musica ha trovato casa”  Brunello Canessa ha sfidato  chitarristicamente  Marco Gesualdi.                               

La padrona di casa Patrizia De Mennato , prima dell’inizio del concerto ha voluto sottolineare il grande lavoro di squadra che ha permesso di aprire anche in un periodo difficile determinato dalla pandemia covid 19.  Dice Patrizia De Mennato  “ E’ il V° anno della Rassegna ed in questo periodo abbiamo costruito con gli artisti ,tecnici e tutto lo staff, un’atmosfera di grande condivisione”. La padrona di casa ringrazia il pubblico presente in sala per la fiducia accordata alla Rassegna di Villa di Donato  e aggiunge “ La fiducia deve essere reciproca perché ci sono delle regole che noi dobbiamo rispettare a tutela della vostra e della nostra Struttura  nel rispetto delle normative anticovid vigenti tra le quali il distanziamento e l’uso delle mascherine. “Patrizia De Mennato ha poi illustrato il programma dell’anno in corso di cui fanno parte tre Rassegne: quella teatrale curata da Annamaria Ackermann che presenterà degli spettacoli che non sono stati  rappresentati a Napoli ,o sono stati ideati proprio per questa Rassegna,o consistono in veri e proprie prove generali prima che lo spettacolo venga rappresentato in teatro. L’altra Rassegna “Max 70”quest’anno avrà un carattere particolare in quanto l’attenzione è concentrata sui giovani ed in collaborazione con  “Avos Project” , una scuola di eccellenza di musica classica e da camera verranno proposti degli spettacoli composti da due prime parti ed un giovanissimo musicista da loro curato. Questa Rassegna sarà diretta dal violinista David Romano e dai pianisti Mario Montrone e Massimo Spada. C’è poi il  filone “OFF” diretto da Giuseppe Fontanella dice Patrizia De Mennato “è il nostro” ghostbusters “ che  prenderà al volo gli artisti che passano per Napoli invitandoli  sul palco di Villa di Donato”.  Per la  Rassegna “La Musica ha trovato casa”  diretta da Brunello Canessa  sono stati programmati  una serie di spettacoli live dal blues al rock”. Ancora la padrona di casa illustra un bellissimo progetto sociale a sostegno di un coro di ragazzi del campo Room  di Scampia “Gipsy Gospel” che culminerà in un  concerto corale il 30 dicembre 2020. Ed ancora ci  sarà una fusione tra arte e teatro , infatti, dice Patrizia De Mennato” presenteremo una mostra d’arte contemporanea sulla donna che si concluderà con ll lavoro teatrale “Le donne del mito” recitato da Annamaria Ackermann” .                                                                                            Continua a leggere

Recensione: Maarja Nuut ospite della XXV Edizione del Festival Ethnos 2020

di Annamaria De Crescenzo
foto di SpectraFoto (http://www.spectrafoto.com)

Terzo appuntamento della XXV Edizione Ethnos Festival 2020 venerdi 2 ottobre alla Villa del Parnaso di Torre Annunziata con una delle artiste più innovative e più creative degli ultimi anni della scena musicale internazionale : Maarja Nuut.

Il festival Ethnos, programmato e finanziato dalla Regione Campania attraverso Scabec, è organizzato da La Bazzarra, con il patrocino della Città Metropolitana di Napoli, in partenariato con i comuni di San Giorgio a CremanoPorticiErcolanoTorre del Greco e Torre Annunziata, in collaborazione con la Fondazione per le Ville Vesuviane e il Dipartimento di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Partner culturale del festival è campania>artecard.

Maarja Nuut è una cantante, violinista, artista elettronica e compositrice il cui lavoro abbraccia una vasta gamma di mondi musicali. Di formazione classica e alunno di diverse prestigiose scuole e istituzioni di musica, da allora ha approfondito una serie di generi disparati: musica classica Hindustana mentre studiava a Nuova Delhi, suoni e danze estoni, ricerca etnomusicologica e, più recentemente, i limiti esterni di looping e suoni elettronici. Alimentata dal suo istinto e dalla sua curiosità, tale esplorazione nasce da un bisogno interiore e dal desiderio di sondare il linguaggio musicale, le tecniche e le qualità espressive di ogni mondo, elementi che vortica nella sua arte ipnotizzante. 

Irrequieta creatività, Nuut è sempre stata interessata alla narrazione e a ciò che il passato può dirci sul futuro; per lei, i miti forniscono punti di connessione con il mondo moderno e gli sconvolgimenti sociali. Dall’uscita del suo disco di debutto Soolo nel 2013, ha ricevuto ampi consensi dalla critica insieme a numerosi premi e ha girato il mondo più volte come solista. Conosciuta per le sue esibizioni dal vivo avvincenti e spesso ipnotiche, ha anche collaborato con numerosi artisti come Sun Araw, l’Estonian Chamber Choir Sireen, Kristjan Järvi, Kiya Tabassian, Howie B e Hendrik Kaljujärv AKA Ruum tra gli altri. Il suo primo album con quest’ultimo, Muunduja , è stato pubblicato nell’ottobre 2018 per l’etichetta britannica 130701 e il secondo album, world inverted, è stato rilasciato a settembre in collaborazione con la casa discografica estone õunaviks. 

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Recensione: Aynur Doğan arriva in Campania alla XXV Edizione di Ethnos 2020

di Francesca Petrillo

Foto di SpectraFoto (http://www.spectrafoto.com)

 

Giovedì 1 Ottobre alle ore 20. 30 si è esibita l’artista curda Aynur Doğan presso la suggestiva Villa Campolieto in occasione del 25esimo anniversario del festival Ethnos. L’atmosfera è stata resa ancora più magica grazie alla presenza di Xavier Torres Vicente (pianoforte) e di Sjahin During (percussioni). 

L’evento, il secondo del programma di quest’anno,dopo lo strepitoso successo del concerto dei Violons Barbers al Mav di Ercolano,   un anno importante per Ethnos visto che è la XXV edizione di tale manifestazione,  è stato organizzato da La Bazzarra e Scabec,  programmato e finanziato dalla Regione Campania attraverso Scabec,  con il patrocino della Città Metropolitana di Napoli, in partenariato con i comuni di San Giorgio a Cremano, Portici, Ercolano, Torre del Greco e Torre Annunziata, in collaborazione con la Fondazione per le Ville Vesuviane e il Dipartimento di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Partner culturale del festival è campania>artecard.

 Aynur Doğan è una delle voci più importanti del panorama musicale curdo. Il suo straordinario stile vocale e il successo che ha riscosso finora le hanno permesso di diventare una rappresentante del popolo curdo in Turchia. Vincitrice del Mediterranean Music Award nel 2017 nella categoria Donne del Mediterraneo, ha presentato in esclusiva il suo settimo e ultimo capolavoro discografico Hedûr (conforto), registrato tra Istanbul e Amsterdam,  il primo che vede Aynur Doğan anche in veste di produttrice, arrangiatrice e compositrice.

Quasi trent’anni fa Aynur Doğan lasciava la piccola cittadina di montagna Çemişgezek, nella provincia di Dêrsim, nella parte orientale dell’Anatolia, per trasferirsi ad Istanbul. Lì ebbe la possibilità di formarsi e studiare il saz nella prestigiosa accademia musicale Arif Sağ Müsik. A partire da “Seyir”, pubblicato nel 2002, ogni nuovo lavoro ha mostrato la sua capacità di indagare e cantare le tradizioni curde mettendole in dialogo con le diverse influenze che attraversano l’Anatolia e il mondo musicale contemporaneo, in un processo di apertura musicale.

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