Back on the Ground – Il piacevole incontro con Paolo Palopoli e Sergio Forlani.

Di Giorgio Borrelli

Paolo, Sergio, innanzitutto grazie per aver accettato la nostra intervista.

Back On The Ground, uscito per l’etichetta Full Heads, segna il vostro ritorno in sala di incisione rinnovando, in tal modo, la già pluriennale collaborazione. Come, quando e perché vi è venuta l’idea di questo progetto e quanto tempo vi è occorso per inciderlo?

Paolo: l’anno scorso Sergio ed io ci siamo rivisti ed abbiamo iniziato a lavorare alla stesura di questi brani, a cui è seguito un lavoro di prove con la ritmica (Contrabbasso e Batteria) che è stato molto utile per capire il groove da imprimere al progetto. Molto spesso si incidono i dischi e poi si suona live e ci si rende conto che si potevano fare delle modifiche, invece noi abbiamo voluto fare il contrario, suonare ed essere convinti di quello che avremmo registrato, prima di entrare in sala.

Sergio: L’ idea di far uscire Back on the Ground mi è venuta esattamente un anno fa, Paolo era tornato dagli States e l’ho contattato proponendogli di tornare in pista con un nuovo progetto, questa volta tornando alle nostre radici jazz/fusion. Per incidere le basi degli otto pezzi abbiamo impiegato 5 giorni, altri turni di sala ci sono serviti per sovraincisioni e correzioni.

Nell’album ci sono alcune special guests di grande spessore artistico. Parlateci della scelta operata nel selezionare proprio loro.

Paolo: I fiati sono tra i migliori che abbiamo in Italia, avendo scritto un brano con una sonorità vicina al latin del celebre brano di Mario Biondi, perché non avere due due suoi musicisti? A parte Daniele Scannapieco e Gianfranco Campagnoli, due fuoriclasse, hanno collaborato alcuni tra i musicisti più bravi che abbiamo in Campania e in Italia in genere. Rocco di Maiolo, Raffaele Carotenuto, Aldo Vigorito, Enrico Del Gaudio, Salvatore Zannella, Salvatore Ponte, Domenico Benvenuto e ovviamente la bellissima voce di Emilia Zamuner.

Sergio: Per Daniele Scannapieco, Gianfranco Campagnoli, Rocco di Maiolo ed Emilia Zamuner la scelta è stata operata in base al loro eccellente virtuosismo mentre per Aldo Vigorito ed Enrico del Gaudio si è trattato di preferire, per alcuni brani, un groove ritmico più esperto e corposo. Salvatore Ponte e Domenico Benvenuto ci hanno invece garantito per le altre tracce un sound ritmico più snello e da palco.

L’album è caratterizzato da vocalizzi bebop, intervallati da sinuosi virtuosismi di chitarra e piano. Come è nata la vostra passione per questo genere musicale e cosa vi spinge a preferirlo rispetto ad altre contaminazioni.

Paolo: In realtà preferisco tutte le contaminazioni o quasi. La musica è bella perché è varia, esprime colori e stati d’animo diversi. Il jazz mi piace perché non è mai uguale a se stesso, ogni volta può essere diverso, alle volte ti spiazza, alle volte ti rassicura. Prima di questa scelta sonora con Sergio abbiamo prodotto due dischi Etnojazz e uno con le sonorità ECM più europee, quindi diciamo che abbiamo puntato sul ritmo, la cantabilità e il groove.

Sergio: Il jazz è almeno per certi versi un genere già contaminato da alcuni stili musicali quindi si fa preferire di per se. Personalmente la passione per il jazz nasce ovviamente dell’ascolto dei miti storici di questo genere ma anche dalla successiva scoperta dei loro eredi come Lyle Mays e Russell Ferrante per Bill Evans e Pat Metheny e George Benson per Wes Montgomery.

Paolo: nell’album ci sono accenni al grande George Benson. Egli ha influenzato il fraseggio di molti chitarristi, quale è stato l’approccio allo studio del suo linguaggio?
Io lo amo!! Qualsiasi cosa suona o canta è molto musicale, la sua tecnica e bravura è sempre al servizio della musica. Devo dire che non ho mai trascritto molto dei suoi soli, ma è come se lo avessi fatto. Spesso nei lunghi viaggi metto alcuni suoi dischi e canto i suoi assoli, conosco tutte le note a memoria, senza bisogno della chitarra, questo mi ha profondamente influenzato nel mio fraseggi.

L’album da molto spazio alla voce. Ritroviamo Emilia Zamuner, stupenda voce partenopea, come vi siete approcciati alla realizzazione dei testi e dell’armonia complessiva dei brani.

Paolo: Per quanto mi riguarda ho scritto prima la musica e poi il testo, che una dedica che ho fatto a una persona speciale.
Quindi Emilia è stata svantaggiata nel cantare Oriente Express, non ha potuto scegliere la velocità e la tonalità, e questo dimostra quanto sia stata brava. Per la stesura del testo era quasi una prima esperienza in Inglese e sono felice di averlo realizzato, ora è come se mi si fosse aperta una porta su una nuova forma di creatività che fino adesso non mi aveva mai rapito.

Sergio: Per i testi di State of Mind e Vintage ho tratto ispirazione da alcuni miei stati d’animo più personali influenzati dalla recente scomparsa dei miei genitori e di Pino Daniele e Rino Zurzolo, due grandissimi musicisti. Per le armonie dei brani mi sono affidato ad un blues/anatol per On the Ground, un funk/fusion a la Yellowjackets/Earth Wind & Fire per Funktown e delle forme song dai giri armonici sofisticati per le due ballads sopracitate.

Cosa ne pensi dell’attuale panorama jazz in Italia? C’è qualche musicista in particolare che ascolti?

Paolo: Ci sono parecchi musicisti che mi piace ascoltare quando ne ho la possibilità. Il panorama jazzistico è pieno di grossi talenti e grandi nomi. Non per essere campanilista, ma credo che in Campania ci siano tra i migliori musicisti del panorama nazionale, se pensiamo ai Deidda, gli Scannapieco, Giovanni Amato, e tantissimi altri ma anche un sacco di giovani talenti. Spesso molti nomi non hanno la giusta notorietà. Un esempio Eddy Palermo, un chitarrista studiato nei conservatori e nelle università del Brasile e non solo e qui non è quasi conosciuto se non dagli addetti. Come Fabrizio Bosso o Stefano Di Battista noti per i loro interventi sanremesi o Stefano Bollani noto più per le sue apparizioni televisive e la sua simpatia, che per la grandezza come musicista. Credo questo dipenda da un problema culturale, oltretutto in Italia non abbiamo una radio che non passi solo pop, una trasmissione, concorsi nulla. Non abbiamo un sindacato dei musicisti, non solo jazz, di fatto non esistiamo. Nel paese dove è stata inventata l’Opera non esiste più un pubblico se non di élite. Il jazz sta diventando un poco così. Le generazioni precedenti alla nostra suonavano per suonare e non per fare il curriculum o occupare quel determinato posto istituzionale. Spesso vediamo il pubblico delle grandi occasioni solo per i nomi importanti, ma poi non sanno cosa stanno ascoltando e non li vedi mai in un jazz club. Il jazz in Italia è un genere di nicchia e lo sarà per molto, un poco ci possono salvare il ballo swing, le collaborazioni dei jazzisti con i musicisti sanremesi, le compilation natalizie di Michael Boublè o l’elettro swing di Simona Molinari tutte cose che apprezzo intendiamoci, ma molto lontane dalla ricerca spirituale di Coltrane, dalla disperazione di Parker o dalla poetica di Bill Evans.

Sergio: Al momento il panorama jazz in Italia si limita a riproporre i progetti ed i live dei musicisti storici come Enrico Rava, Maurizio Giammarco ed Enrico Pieranunzi ma anche Stefano Villani e Daniele Scannapieco. Personalmente ascolto molto Danilo Rea ed Elisabetta Serio, miei musicisti e pianisti preferiti.

Paolo la tua è una Ibanez GB10.  È il tuo modello di chitarra prediletto? Che tipo di sound consente di esprimere questo strumento?

Paolo: La Gb 10 la scelsi perché volevo uno strumento comodo da indossare per tante ore e venire incontro ai miei problemi alla schiena, e devo dire che la mia fidata chitarra, che ho chiamato simpaticamente “Giorgia”, è diventata una compagna di vita. Ha un suono netto deciso, un bellissimo attacco definito. Per anni ho suonato le chitarre a cassa larga e ancora mi piacciono, ma la GB10 non mi fa rimpiangere le altre chitarre.

Prossimi live in programma? Avete in progetto tournée anche all’estero?

Paolo: Avremo tra poco una serie di Live tra Napoli Jazz Festival, Ztl e ritorno alla Casina Pompeiana. Per l’estero ci stiamo muovendo vi faremo sapere. Per le date basta seguirci o su instagram all’indirizzo backontheground oppure su le nostre pagine Facebook Paolo Palopoli Page e Sergio Forlani Page e tra poco anche sul mio nuovo sito http://www.paolopalopoli.com

Sergio: Prossimi impegni live in maggio con partecipazione al Napoli jazz festival e un live alla Casina Pompeiana.

Sapreste descrivere la vostra musica in poche parole?

Paolo: Le mie produzioni sono spesso diverse tra loro. Amo troppo la musica quindi tento di ricercare sempre cose nuove, ma mi piace molto la tradizione. direi un piatto con tante contaminazioni, spezie colori diversi, alle volte un poco eterogenee, ma spero mai scontata e sopratutto intellettivamente onesta. Quando suoni e dici la verità, trasmetti le tue emozioni non puoi mai sbagliare.

Sergio: La mia musica è un insieme di stati d’animo e di ricerca di soluzioni armoniche e melodiche che diano più emozioni possibile a chi le ascolta.

Grazie.

Giorgio Borrelli.

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