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Recensione: Gabriele Lavia in “Il berretto a sonagli” al Teatro Diana fino al 20 febbraio

Una bellissima emozione quella di poter assistere alla prima di “Il berretto a sonagli” il nuovo spettacolo teatrale di Gabriele Lavia, in scena al Teatro Diana di Napoli da mercoledì 9 a domenica 20 febbraio.

«È un autore che frequento molto – ha spiegato lo stesso Lavia in una recente intervista –   forse perché da giovane mia nonna mi regalò una copia del volume sul suo teatro edita da Mondadori. E poi ci sono le mie radici siciliane oltre ovviamente al fatto di trovarci di fronte a uno dei più grandi drammaturghi del ‘900. Per questa nuova rappresentazione, abbiamo attinto sia alla versione iniziale del testo, quella in siciliano del 1916 scritta per la compagnia di Angelo Musco («’A birritta cu’ i ciancianeddi») che a quella successiva in italiano del 1918. Sarà un misto, quindi, anche linguistico, fra ceto borghese e popolare, in un’operazione quindi non pensata così dallo stesso Pirandello, ma reinventata per l’occasione. D’altra parte, col permesso dell’autore, anche Eduardo ne aveva fatto una sua versione in napoletano nel 1936».

Il testo, conosciutissimo, è stato reinterpretato dall’estro creativo di un grande attore e regista che da anni calca le scene dei più importanti teatri italiani e in ruoli che lo hanno, ormai da sempre, consacrato come uno dei veri immensi talenti del teatro contemporaneo. 

E il carisma che ha dimostrato in scena sia come attore che come regista di questo testo, conosciutissimo ma anche difficilissimo da interpretare in una chiave decisamente moderna come quello che ha fatto sia nel linguaggio, che nella scenografia che negli stessi a volte frenetici movimenti   dei protagonisti sul palco, ha donato emozioni fortissime al pubblico numerosissimo presente in sala.

In scena oltre ad una sorta di salotto elegantissimo che simboleggia la vita perbene e perbenista della famiglia Fiorita, una serie di manichini intorno alla scena, muti spettatori di quanto accade sul palco, testimoni della gente del paese, un grosso fondale abbandonato e da un grande telone bianco che separa il mondo borghese della casa dalla vita esterna e che spesso fa da “porta” all’ingresso dello stesso Ciampa e della signora Beatrice, e che crolla a terra verso la fine dello spettacolo come una sorta di “crollo” dell’apparenza e della finzione.

Anche in questa edizione, l’ipocrisia resta la protagonista assoluta, fattore assolutamente indispensabile in una società basta sui suoi rigidi equilibri e sulla capacità di ognuno di noi di poter “dosare” e “gestire” le tre “Corde” che tutti noi portiamo sulla fronte e che condizionano i nostri comportamenti.

Protagonista comunque resta l’ipocrisia, quella di una società a cui conviene mentire per non rompere i suoi rigidi equilibri.

Lo stesso Gabriele Lavia ha raccontato: «Il mio personaggio, Ciampa è il più umile ma anche il più colto di tutti. La moglie è l’amante del suo principale, la cui consorte a sua volta decide di raccontare la verità. E lui resterà in silenzio per non dover ricorrere al delitto d’onore, mentre per l’altra tradita, unica a non fingere, non resterà che un breve soggiorno in manicomio, per dimostrare che le dichiarazioni sono quelle di una folle».

La signora Beatrice Fiorica, gelosa e insoddisfatta, vuole denunciare al delegato Spano’, amico di famiglia, il tradimento del marito, IL cavalier Fiorica, con la moglie del suo scrivano Ciampa. Quest’ultimo, anziano e a conoscenza dei fatti, tollera la situazione purché venga salvato il suo pupo e la faccia, ovvero la sua rispettabilità.

Ciampa cerca di evitare la denuncia tentando di persuadere la signora Beatrice a girare la corda “seria”, ovvero, a sua detta, quella che fa ragionare ed evita i disastri.

Secondo Ciampa portiamo tutti sulla fronte tre corde come d’orologio:” la seria, la civile, la pazza. Sopra tutto, dovendo vivere in società, ci serve la civile, per cui sta qua in mezzo alla fronte…; su la tempia destra, c’è la corda seria, per parlare seriamente, a quattr’occhi; a sinistra la corda pazza…quella che fa perdere la vista degli occhi… ed uno non sa più quello che fa”.

Beatrice, però, non vuol sentir parlare di tacere di fronte al tradimento del marito, così fa scoppiare lo scandalo. Tutta la famiglia, però, le va contro: la madre, il fratello, la serva, al punto che alla fine il delegato cerca di far apparire che non c’è stato alcun rapporto tra il cavaliere e la giovane Nina Ciampa.

Ma è proprio a Ciampa, al marito tradito, che la cosa ora non va più bene: è offeso e ferito, e tutti sanno ora, dopo tutto quel chiasso, che porta “il berretto a sonagli”, ovvero il cappello da buffone, e vuole la rivincita.

Sarà proprio Beatrice che ha fatto girare la corda “pazza” a subire le conseguenze dello scandalo e a salvare il buon nome del marito.

Come? Facendosi ricoverare per tre mesi in un manicomio per essersi appunto comportata da pazza: “…ha bollato con un marchio d’infamia tre persone: uno, d’adulterio; un’altra, di sgualdrina e me (Ciampa), di becco. Deve dimostrare di essere pazza-pazza davvero- da rinchiudere!… Bisogna chiuderla! Bisogna chiuderla! È … pazza! È pazza!”

In scena tutti straordinari, ognuno a suo modo caratterizza e attualizza  i personaggi in scena, dalla recitazione di Federica di Martino che interpreta un’agitatissima Beatrice Fiorita, in preda alla follia della gelosia che esprime con un ritmo serratissimo sia delle parole che dei movimenti in scena, in contrapposizione alla “lentezza” di Ciampa (Gabriele Lavia) che si muove lentamente in scena rappresentando non solo il “vecchio”  che difende la sua  immagine di “rispettabilità “ ma anche il “ragionamento della mente”, la frivolezza di Fifi’ (Francesco Bonomo) uomo dei suoi tempi , dedito solo alla bella vita (ben rappresentato dallo spirito leggero con il quale si muove in scena, spesso ballando ed invitando a ballare anche le altre donne in scena e lo stesso Ciampa, sulle note di vecchi dischi di tango  suonati grazie ad un grammofono d’epoca posto in bella vista sul palco, dalla mentalità dell’epoca della madre di Beatrice, Assunta, che si dispera per lo scandalo provocato dalla figlia anziché’ preoccuparsi per i sentimenti provati dalla figlia tradita, la vigliaccheria del delegato Spanò che pensa più a trovare il modo per scagionare il Fiorica pur di conservare il privilegio della sua posizione che è riuscito a raggiungere proprio grazie allo stesso Fiorica e alla famiglia di Beatrice.

Straordinario su tutti Gabriele Lavia che ha portato in scena, con movimenti lentissimi, con un recitazione a bassissima voce, la “stanchezza” e la “paura” di Ciampa di vedersi distruggere la “finzione” nella quale vive tutta la sua vita, “il suo personaggio” (“Pupi siamo… Pupo io, pupo lei… Pupi tutti “ ) dal bisogno di verita’ di Beatrice, che contrariamente al suo personaggio, non resiste piu nella sua vita fatta di bugie e di ipocrisia e ha un solo scopo, quello di gridare la verita’, di far scattare la “corda pazza”, travolgendo la vita di tutti.

Ma gli altri non sono disposti a farsi travolgere. Anzi. E si alleano, con un lucidissimo quanto spietato Ciampa, che escogita una soluzione spietata che condannerà Beatrice ma che salverà tutti loro.  

In definitiva, una serata di emozioni e il consiglio è di non perdervi assolutamente le emozioni di un testo cosi magistralmente interpretato.

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GABRIELE LAVIA E FEDERICA DI MARTINO AL TEATRO DUSE CON ‘LE LEGGI DELLA GRAVITA”

GABRIELE LAVIA E FEDERICA DI MARTINO AL TEATRO DUSE

CON ‘LE LEGGI DELLA GRAVITA’’

Dal 3 al 5 dicembre 2021 | ven. e sab. ore 21, dom. ore 16

Teatro Duse di Bologna, via Cartoleria 42

          Cresce l’attesa per Gabriele Lavia e Federica Di Martino che, dal 3 al 5 dicembre (venerdì e sabato alle ore 21, domenica alle 16), saranno sul palco del Teatro Duse di Bologna con le ‘Le leggi della gravità’, atto unico, tratto dal romanzo di Jean Teulé, di cui Lavia firma anche adattamento e regia.

‘Le leggi della gravita’ racconta la storia di una donna che, in una notte di pioggia in Normandia, va al commissariato del suo quartiere e confessa l’assassinio del marito, avvenuto una decina di anni prima. Il caso era stato chiuso come suicidio. Secondo gli inquirenti, infatti, il marito si era gettato dal balcone dell’undicesimo piano.

Ora, però, la donna sostiene di aver spinto lei il marito giù dal balcone. La confessione giunge dopo quasi dieci anni, ma ad una sola ora dalla scadenza dei termini di legge utili per riaprire il caso.

Al centro della trama ci sono, quindi, leggi di gravità diverse: quella fisica di nove e ottantuno metri al secondo e l’altra, non misurabile, che ha a che fare con la caduta delle coscienze dentro i fallimenti delle proprie vite

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