Recensione: Ron Carter ospite del “Sannio Music Fest 2022”

Di Annamaria De Crescenzo
Foto di SpectraFoto (http://www.spectrafoto.com)
Un’emozione fortissima quella di poter ascoltare ed applaudire colui che è stato definito “il più grande bassista jazz del mondo”, Ron Carter , esibitosi martedì 19 luglio al Teatro Romano di Benevento nell’ambito della seconda edizione del Sannio Music Fest 2022, rassegna jazz organizzata dall’Associazione Napoli Jazz Club diretta da Michele Solipano, che ha presentato un progetto assolutamente strepitoso “Foursight” per il quale Carter è accompagnato da un trio stellare: Renee Rosnes al piano, Payton Crossley alla batteria e Jimmy Greene al sassofono.
I Foursight sono la più recente incarnazione di una delle due formazioni con cui Ron Carter da molti anni predilige esibirsi: un quartetto che lascia alle sue dita gran parte del lavoro solistico (l’altro organico feticcio è il trio con chitarra e pianoforte). Ogni esibizione live di questo gruppo andrebbe riascoltata al rallentatore, per apprezzare pienamente la ricchezza di spunti tematici, di trame ritmiche, di citazioni che si intrecciano come in un vasto affresco. I dettagli hanno una densità tropicale, resa quasi impercettibile dalla finezza esecutiva che conferisce alla musica una grande ariosità.
Detto ciò, presentare Ron Carter è sin troppo facile, dato che siamo di fronte a uno dei massimi contrabbassisti della storia del jazz moderno. Nato a Ferndale (Missouri) il 4 maggio 1937, Ronald Levin Carter iniziò lo studio del violoncello all’età di dieci anni. Dovette però abbandonare questo strumento nel 1954, cedendo alle pressioni razziali dell’ambiente filarmonico. Passò al contrabbasso e, dal 1959, prese la via del jazz a scapito della musica classica. In fondo, questa fu la sua fortuna. Dopo le prime, e già cospicue, collaborazioni (Chico Hamilton, Eric Dolphy, Randy Weston, Thelonious Monk, Cannonball Adderley…), nel 1963 Carter entrò a far parte del quintetto di Miles Davis e, con esso, di una delle pagine più memorabili della storia del jazz: gli altri membri della band erano Herbie Hancock, Tony Williams e Wayne Shorter. Carter rimase con Davis fino al 1968, incidendo album epocali come Seven Steps to Heaven, My Funny Valentine, E.S.P., Miles Smiles, Nefertiti, Miles in the Sky e Filles de Kilimanjaro. Durante questo periodo, Carter divenne il contrabbassista più richiesto della scena jazz, nonché quello più registrato della storia, con oltre mille (alcuni sostengono quasi duemila) dischi a suo credito: con Wes Montgomery, Aretha Franklin, Sonny Rollins, McCoy Tyner, Cedar Walton, Jim Hall.
Dal 1972 in poi Carter ha lavorato frequentemente con formazioni proprie, sperimentando soluzioni ritmico-melodiche e sonorità fuori dal comune. Pur avendo guidato anche delle big band, Carter ha manifestato una predilezione per i piccoli gruppi, nei quali il contrabbasso può assurgere al ruolo di protagonista in situazioni espressive raffinate e cameristiche.
Il concerto di Benevento si è contraddistinto per la scelta di un repertorio eterogeneo, in grado di spaziare tra struggenti ballads, scorci cameristici e brani più veloci. La struttura modale di alcuni di essi riporta alle atmosfere davisiane dei primissimi anni Sessanta, terreno fertile per i pochi ma incantevoli assoli del leader, che non ha mai cercato di essere al centro della scena, dirigendo il gruppo solo con l’intensità dello sguardo. Particolare attenzione viene data all’uso della sezione ritmica, moderna e sempre originale, basata sull’interplay tra il contrabbasso di Carter e la batteria di Crossley, elemento imprescindibile di questo gruppo.